Riflessioni - parrocchia alfonso

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DOMENICA DELLE PALME

Leggendo la Passione di Gesù possiamo focalizzare la nostra attenzione su alcune figure di questo racconto.
Il primo di tutti Gesù con l’amore perfetto, l’agape, l’amore più grande di chi dona la vita per la salvezza del  proprio amico,  Gesù che si offre liberamente alla passione e alla morte per ciascuno di noi. Ma in questo momento di dolore e di morte ci chiediamo dove sia il Padre. Ci sembra che non ci sia, che abbia abbandonato questo Suo Figlio. E invece è ben presente in un segno “teofanico”,  un’eclissi di sole, un evento che non è documentabile storicamente e astronomicamente, ma di grande valore simbolico perché, come accade sul Sinai, “tuoni, lampi, nube oscura” e il monte che “trema molto” (Esodo 19,16.18) fanno parte dei “segni” dell’ingresso di Dio nell’orizzonte della storia umana. Questo buio quindi non è l’assenza, non è Gesù abbandonato dal Padre come Egli stesso grida, ma il segno della sua presenza e unione nella sofferenza del figlio che ne evidenzia la trascendenza e la potenza divina (Amos 8, 9: “In quel giorno – oracolo del Signore Dio – farò tramontare il sole all’ora terza e oscurerò la terra in pieno giorno”).
Altre figure sono presenti: la folla che aveva visto con i propri occhi Colui che è venuto ad annunziare ai poveri un lieto messaggio, a proclamare ai prigionieri la liberazione ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi
 e predicare un anno di grazia del Signore,  che era stata sfamata, guarita, aveva visto resuscitare i morti riconoscendolo come il Cristo, il Messia: questa folla che lo acclama oggi come Re e Messia tra poco griderà “Crocifiggilo!”.
Poi c’è Ponzio Pilato, il Procuratore dell’Impero Romano. E’ la massima autorità in quei territori e quindi il potere di decidere. Per tre volte lo riconosce innocente ma è un conformista. Non decide secondo giustizia ma si conforma, si adegua supinamente alle opinioni della maggioranza. alle direttive del potere;
Poi il Sinedrio che non vuole riconoscerlo come il Cristo e che ha tramato fino all’ultimo per farlo cadere in contraddizione perché “bestemmiasse” dicendo di essere Figlio del Dio unico.
Infine la figura più triste, quella dei discepoli. Gli  amici che hanno vissuto e condiviso con lui la vita pubblica. Gesù è stato venduto da Giuda e rinnegato da Pietro nonostante quest’ultimo avesse giurato che non lo avrebbe mai tradito. Gli altri si sono dileguati. L’hanno lasciato abbandonato, solo.
 
 
 

V DOMENICA DI QUARESIMA ANNO C
 
Continuando il cammino all’insegna della misericordia di Dio narrata nel Vangelo di Luca, troviamo Gesù che di Notte si reca nell’orto degli Ulivi, il giorno si recava nel tempio a insegnare. Ma Gesù è Logos cioè è Egli stesso Parola e quindi Insegnamento. Ma al tempo stesso è anche Tempio.
In questo tempio gli scribi e i farisei, gli portano di fronte una donna sorpresa in adulterio per metterlo alla prova sul terreno che conoscevano meglio, cioè la Legge citando cosa dice la Legge di Mosé al riguardo.
In realtà la Legge di Mosè prevede la pena di morte per entrambi gli adulteri e  la pena è lapidazione o strangolamento, per un uomo e una donna maritata caduti in adulterio.
Questa donna viene messa al centro e chiesto a Gesù “che ne dici?”
Il Signore si trova in una situazione imbarazzante. Sant’Agostino dice che Gesù ha tre caratteristiche:
Verità;
Mansuetudine;
Giustizia.
La donna ha peccato e questa è verità.
Se deciderà secondo la Legge di Mosé sarà lapidata e in questo caso mancherebbe la mansuetudine.
Se non sarà condannata mancherà la giustizia.
Gesù si trova a dover scegliere se rinnegare la Legge o la mansuetudine.
Esiste comunque una priorità tra la legge e l’uomo.
Più che contro la donna i farisei sono contro Gesù. E’ lui il vero accusato.
La donna è “usata” per gli scopi degli scribi e dei farisei ovvero di cogliere in fallo il Signore per accusarlo di bestemmia.
Inoltre, se non conferma la condanna e non approva l’esecuzione della pena può essere accusato di trasgredire la Legge. Se invece si pronuncia a favore della condanna, perché accoglie i peccatori e mangia con loro?
Allora Gesù comincia a scrivere col dito per terra. Nella Sacra Scrittura ci sono varie citazioni riguardanti il dito di Dio. In particolare nella Genesi, la creazione, o ancora le tavole della legge date a Mosé. Forse Gesù scrive la condanna di Geremia (Ger 26, 11-16, 24). Con la scrittura si vuole comunicare qualcosa agli altri. Nella Tradizione tutta la Scrittura è comunicazione di Dio all’uomo. A sua volta la legge fu scritta dal dito di Dio nel cuore dell’uomo. Dio plasma e ri-modella l’uomo.
Chi di voi è senza peccato.
Cosa dicono a ciascuno di noi queste parole? Che domanda mi suscita, come mi comporto riguardo la famiglia, il lavoro, la vita comunitaria?
Gesù chiama ciascuno alla propria responsabilità e alla coscienza personale. Rimanda a ciascuno di guardare dentro se stesso, di indagare su noi stessi.
La donna ha commesso il peccato ma chi esegue la pena che autorevolezza ha per lanciare le pietre che uccidono il peccatore?
La parola di Gesù non contraddice la legge e allo stesso tempo appare efficace, va al cuore dei suoi accusatori che ad uno ad uno se ne vanno a cominciare dai più anziani.
A questo punto rimangono solo Gesù e la donna.
Sant’Agostino dice che sono rimasti la misera e la misericordia.
Alla fine ciò che rimane all’uomo è la propria miseria di fronte alla misericordia di dio. Dentro di noi abbiamo la parte malata, adultera e debole che per noi è il peccato.
Gesù la chiama “donna”. E il termine non è usato a caso.
Ha il significato di “sposa” che è la Chiesa e quindi tutti noi.
Allora quando Giovanni usa il termine “donna” vuol dire che Gesù ha di fronte a sé una nuova creatura restituita alla sua dignità. Quindi l’adultera è “donna” in quanto convertita e conseguentemente sua Chiesa.
Lei lo chiama “Signore” che nella scrittura vuol dire Dio. Non è un semplice maestro che pronuncia tali parole.
“Neanch’io ti condanno”. E’ venuto per salvare non per punire.
Non sappiamo se questa donna cambiò vita, si convertì. Sappiamo che, perché tornasse a vivere Dio l’ha perdonata attraverso Gesù e l’ha inviata verso la libertà.
Nessuna condanna. Il Signore non ha mani castigato nessuno ma lo ha liberato dai suoi peccati perché sapeva discernere la volontà di Dio che non vuole la condanna del peccatore ma gli  dona la sua  misericordia perché si converta e viva.




  IV DOMENICA DI QUARESIMA
 
Il testo inizia con “un uomo” figura in realtà non casuale né ignota: quell’uomo è Dio Padre.
I due figli rappresentano nel primo i peccatori e i secondi i giusti identificati nel popolo eletto.
Il Signore concede ai suoi figli tutto quello che ha. Dio darà all’uomo non solo quello che egli pensa possa spettargli (doni, carismi etc.) ma darà la propria vita.
Il figlio minore lascia la casa del padre, se ne va. E’ la figura di chi si allontana da Dio, che vivrà dei Suoi frutti per un po’ di tempo, come accade per il seme gettato, ad esempio nel periodo del catechismo.
Pian piano non rimane più niente.
Quando qualcuno si allontana, l’abbandono del Padre porta alla carestia generale. Quando spariscono dentro questi valori l’uomo sperimenta il Nichilismo, erede naturale dell’ateismo inteso come vita senza Dio e nel quale sperimento il vuoto esistenziale. Lontano dal Padre il figlio minore perde la sua sostanza, cioè se stesso, il suo essere Figlio, anche se per un po’ le cose esteriori lo fanno stare bene, vivendo insalvabilmente.
L’uomo ha perso il legame con la propria fonte e cerca altro per soddisfare la sua sete vendendosi agli idoli di questo mondo che danno la morte. Questo figlio inizia a sperimentare la morte interiore.  Respinge Dio Dio che lascia liberi anche nell’errore e sere gli idoli.
L’uomo quindi non è mai ateo ma idolatra pur non sapendolo.
Quando comincia a toccare il fondo il figlio lontano ha  bisogno di saziarsi materialmente.
Per essere saziati bisogna riconoscere di cosa si ha fame.
Il Vero Cibo che sazia lo si distingue dagli altri che non saziano.
Per capire di cosa ho fame devo sentire la vera fame.
Anche la mia religiosità potrebbe non saziarmi.
Si parla allora di un cammino molto profondo. La fame grande è la disumanità dell’uomo. La carestia di “essere”
Il figlio minore però non teme di dire “andrò da mio padre”, Possiamo  rinnegare il nostro essere figli ma non il suo essere Padre.
Ciò che ci ha allontanati da Lui è l’essere come Lui.
“Ho peccato contro il cielo”: Questa frase è legata al significato ebraico del termine peccare che significa “aver mancato il bersaglio”.
Non sono più degno”: essere figlio non è questione di dignità o meno ma una grazia che scaturisce dalla paternità.
Un Padre può essere libero di generare un figlio ma il figlio non sceglie arbitrariamente di nascere né da chi.
La conversione non è diventare degni o migliori per meritare la Grazia di Dio. L’amore è anche per i figli che non sono tornati. Sono amati lo stesso. Non vi è condizione per l’amore.
Il Padre quando il figlio ritorna dice di portare la veste che raffigura che il Figlio, che ha perso il suo essere a immagine di Dio (stesso significato della veste bianca battesimale)  deve essere rivestito.
L’anello e i sandali, il dominio e il potere.
“Cominciarono a far festa”: è l’inizio del banchetto nuziale quello che nei cieli nuovi e la terra nuova non avrà mai fine.
Il fratello maggiore è Israele
Il figlio minore, il peccatore, è salvato. Il figlio maggiore è ancora da recuperare. Non vede la paternità né la riconosce.
Attraverso la porta della misericordia i peccatori passano tutti ma i “giusti” non si piegano al pentimento. Essere schiavi anziché figli è il male di tutti gli uomini. La differenza è che il peccatore se ne va mentre il  “giusto” rimane e infastidisce il Padre.
“Non ho mai disobbedito” ovvero “ho rispettato tutti i 613 precetti”
 
“Bisognava” richiama la morte di Gesù (Lc 25, 5-40 “bisognava che il figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori”).
Se è riconosciuto il peccato del figlio minore e il peccato del figlio maggiore è quello di non aver guardato il cuore del Padre che fa festa.
Qual è il mio rapporto con coloro che sono i “figli minori” e si comportano allo stesso modo: sono contento se ritornano? Prego per loro? Cerco di avvicinarli?
 

RIFLESSIONE SUL VANGELO DI  LUCA DELLA III DOMENICA DI QUARESIMA

La parola chiave della Quaresima è CONVERSIONE, parola che ha come sinonimo "Penitenza Cristiana".
Quando sentiamo la parola "penitenza" pensiamo a qualcosa di gravoso. Se la parola penitenza deriva da pena, devo espiare e devo sforzarmi perché il mio peccato grave, con i miei sforzi e con i miei meriti riuscirò ad addolcire la mia pena e trovare il perdono del Signore. Una strada possibile potrebbe essere quella di pregare, fare buone azioni, elemosine. Ma non è la logica del nostro Signore. Lui mi propone qualcosa di diverso: il ritorno al Padre. In una parola, la mia conversione. Basta soltanto dire "Signore,  ho sbagliato. Non ce l'ho fatta, ci riprovo e tento di camminare sulla strada della santità". Bisogna lacerarsi il cuore, non le vesti.
Nella prima parte del Vangelo è riportato un fatto di cronaca del tempo: E' crollata la torre di Siloe e ci sono stati dei morti. Gesù ne è al corrente.  Poi la violenza di Pilato che in un santuario della Samaria uccide gli ebrei. Ed anche di questo Gesù è al corrente. Gesù inizia ad insegnare dopo aver valutato questi due accadimenti. Quando succede una disgrazia o capita una malattia le persone dicono: il Signore mi ha punito perché ho fatto qualcosa che non dovevo fare. E quindi quello che accade è un castigo per il mio peccato. Gesù ci dice che non è così. Perché chi è morto non era più peccatore degli altri e chi vive non lo è meno di chi è morto Il Signore non si vendica, non punisce i mali, al contrario Lui è amante della vita. Chi ama non si vendica. Ma mi dice che il mio comportamento potrebbe essere causare il male di altri.  Mi INVITA a sperimentare la conversione quotidiana. I fatti che mi accadono non sono il segno di una punizione o di un premio di Dio. Il Signore mi chiede di interpretare i fatti alla luce della conversione. Perché il tempo che abbiamo a disposizione potrebbe essere più breve di quanto pensiamo.
Nella seconda parte del Vangelo Gesù ci parla di "un tale" che pianta un albero di fichi nella vigna. Il fico usato nelle parabole è simbolo della Legge. Il Tale è Dio Padre e la vigna è il simbolo del popolo eletto. Il padrone cerca i frutti del fico come "frutti dell'amore dell'alleanza tra Dio e l'uomo. Anche nella nostra vita Dio vuol vedere i frutti della mia santità. E non li trovò.  Dio è un Padre sfortunato. Nonostante le sue premure non riesce a far crescere bene il figlio. La maledizione delle nostre sterilità. Noi siamo il legno secco. Questa maledizione sarà annientata dal legno verde che porta i frutti. Gesù dolce frutto che pende dall'albero della Croce è il legno verde e recupererà tutti i frutti che io non ho portato. Il vignaiolo è il Figlio. "sono tre anni che vengo a cercare i frutti" Sono i tre anni della vita pubblica di Gesù, del suo ministero. All'inizio quando  passava per le strade e guariva, moltiplicava i pani etc. lo circondava tanto entusiasmo. Questi tre anni sono l'oggi della salvezza," sono tre anni che cerco frutti e non ne trovo".
"taglialo dunque via" "Padrone lascialo ancora quest’anno" non deve dar adito a false interpretazioni. Non vuol dire che non vi è comunione fra il Padre e il Figlio. Si riferisce qui al giudizio della fine dei tempi. Il salmista dice "se Dio punisse i malvagi non scamperebbe nessuno". Invece l'albero verde che porta i frutti avrà la sorte del legno secco, secondo la mentalità dell'uomo, sarà tagliato. E infatti sarà reciso da questa vigna, fuori dalle mura come se fosse un essere immondo. Secondo la mentalità del mondo il legno verde è scomodo e quindi deve essere tolto di torno. "Sfrutta il terreno" prende il terreno e si appropria della forza della terra. E' immagine dell'uomo che non solo non produce ma rende improduttiva la terra.
"Padrone lascialo ancora quest'anno"  Significa "perdonalo" che è la risposta secondo misericordia. Come un padre egli perdona e siamo tutti perdonati perché figli.  E "quest'anno" non è un limite di tempo di tipo astronomico. Al contrario  è l'anno di grazia che il Signore è venuto a portare (Is 61) e che durerà fino alla fine della vita umana.
Taglialo, non è una minaccia, è constatazione della sterilità di chi non si converte e non si unisce a Gesù Cristo come tralcio della vita vera. Chi non crede si autocondanna per la sua incredulità. Il Signore non taglierà mai il fico perché rispetta la scelta umana. Di fronte alla scelta deve rispettare la libertà dell'uomo.
Io vivo per Dio ma solo Lui conosce il mio cuore.  Quello che ci aspetta dopo è un mistero. Ma la certezza è che la strada sicura per la vita eterna è Gesù Cristo.
 
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